di Maruan Oussaifi, Vicepresidente Nazionale ANOLF con delega alle nuove generazioni
Ci sono momenti in cui una società deve fermarsi e guardare prima le persone e poi i numeri.
Perché dietro ogni statistica sulla scuola, dietro ogni dato demografico, dietro ogni ragionamento sulle nuove generazioni, c’è un bambino. C’è una bambina. C’è una storia che sta iniziando.
Ogni mattina migliaia di bambini entrano a scuola con uno zaino sulle spalle. Dentro quello zaino non ci sono soltanto libri, quaderni e matite. C’è il loro futuro. Ci sono sogni ancora da definire, capacità ancora da scoprire, possibilità che non possiamo permetterci di perdere.
Il primo compito degli adulti, delle famiglie, della scuola e delle istituzioni dovrebbe essere allora molto semplice: proteggere questi bambini e accompagnarli nella crescita.
Proteggerli dalle discriminazioni, dalla solitudine, dalla marginalità. Ma soprattutto dal rischio di sentirsi estranei in un luogo nel quale stanno costruendo la propria vita.
I numeri raccontano una trasformazione profonda.
Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con cittadinanza non italiana sono stati 931.323, pari all’11,6% della popolazione scolastica: quasi dodici studenti ogni cento. La quota sale al 13,7% nella scuola primaria, al 12,7% nella scuola dell’infanzia e al 12,6% nella secondaria di primo grado. (Minori)
Ma fermarsi alla cittadinanza sarebbe riduttivo.
Il dato più importante è comprendere che una parte consistente di questi bambini e ragazzi è nata qui. Molti hanno iniziato proprio nelle nostre scuole il loro percorso educativo, hanno imparato la lingua, costruito amicizie, conosciuto la storia e la cultura del Paese nel quale stanno crescendo.
La scuola è il luogo nel quale questa appartenenza deve poter diventare concreta, quotidiana, naturale.
Nessun bambino dovrebbe entrare in un’aula pensando di essere una minoranza.
Nessuno dovrebbe sentirsi meno degli altri.
Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere quale parte della propria identità tenere con sé e quale lasciare fuori dalla porta.
È una responsabilità che sento particolarmente forte anche nel mio ruolo di vicepresidente nazionale ANOLF con delega alle nuove generazioni.
Lavorare con i giovani significa accompagnarli verso una piena consapevolezza di ciò che sono e del luogo nel quale stanno crescendo.
Significa conoscere la storia, la cultura e i valori della nostra società. Significa comprendere il valore della Costituzione, della libertà, dell’uguaglianza, della dignità della persona e della solidarietà.
Ma significa anche qualcosa di più profondo:
Non perché qualcuno glielo ordina.
Non perché debbano rinunciare alla storia della propria famiglia.
Ma perché qui studiano, qui hanno i loro amici, qui coltivano i loro sogni. Qui potranno costruire il proprio lavoro, le proprie relazioni, le proprie famiglie.
Qui ricevono opportunità.
E qui, domani, potranno restituire alla comunità il meglio di ciò che avranno imparato.
L’appartenenza autentica non nasce dall’imposizione. Nasce dalla conoscenza, dalle opportunità, dalle relazioni e dalla possibilità di sentirsi riconosciuti.
Pensiamo, poi, ai bambini che crescono in famiglie miste.
Una madre italiana e un padre nato in un altro Paese. O il contrario.
Due lingue parlate in casa. Due culture. Talvolta due religioni. Tradizioni diverse che si incontrano nella vita quotidiana di una stessa famiglia.
Questo non è un problema da risolvere. È una ricchezza da accompagnare e, allo stesso tempo, un banco di prova per la maturità della nostra società.
Un figlio non dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la storia della madre e quella del padre.
Può amare entrambe.
Può conoscere entrambe le culture.
Può parlare due lingue.
Può custodire più tradizioni.
E può, nello stesso tempo, sentirsi pienamente parte del Paese nel quale vive e cresce.
Non dobbiamo chiedere ai bambini di dividere la propria identità.
Dobbiamo aiutarli a costruire ponti.
Forse è proprio questo che i bambini possono insegnare agli adulti.
Un bambino non chiede a un compagno quale sia la sua cittadinanza prima di giocare con lui.
Non domanda quale sia la religione della sua famiglia prima di diventargli amico.
Non misura una persona attraverso il passaporto dei suoi genitori.
Le categorie arrivano dopo.
Per questo la scuola deve essere uno spazio nel quale ogni ragazzo possa sentirsi riconosciuto nella propria dignità.
Un luogo nel quale una doppia cultura non venga percepita come una divisione.
Un luogo nel quale avere genitori provenienti da Paesi diversi non significhi essere sospesi tra due mondi, ma avere la possibilità di conoscerli entrambi.
La vera sfida è fare della diversità una componente normale della vita quotidiana, senza trasformarla né in una barriera né in un’etichetta.
C’è poi un tema sul quale non possiamo arretrare: il rispetto della persona e, in particolare, il rispetto delle donne e delle bambine.
Questo insegnamento deve iniziare presto.
A scuola dobbiamo parlare di rispetto, dignità, libertà, consenso, uguaglianza. Dobbiamo insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie che nessuno appartiene a qualcun altro, che amare non significa possedere e che un “no” deve essere sempre rispettato.
Una bambina deve poter crescere sapendo di avere la stessa dignità, gli stessi diritti e le stesse possibilità di un bambino.
Ma c’è un punto che considero essenziale:
Non è una questione che riguarda alcune famiglie e non altre.
Riguarda tutti.
Italiani e stranieri. Famiglie italiane, straniere e miste.
E proprio per questo l’educazione deve coinvolgere anche i genitori, con ascolto, sensibilità, pazienza e dialogo.
Perché educare non significa puntare il dito.
Significa costruire insieme.
C’è un altro errore che dobbiamo evitare: parlare dei giovani soltanto come del “futuro”.
Le nuove generazioni sono già il presente.
Sono nelle nostre scuole, nelle università, nei luoghi di formazione, nello sport, nelle associazioni, nelle comunità.
Sono ragazze e ragazzi che stanno imparando, progettando, sperimentando.
Domani qualcuno sarà medico.
Qualcuna sarà insegnante.
Qualcuno aprirà un’impresa.
Altri lavoreranno nella ricerca, nella cultura, nella tecnologia, nella sanità, nel sociale.
Saranno lavoratori, professionisti, genitori, cittadini.
Saranno le persone che cureranno, insegneranno, creeranno, innoveranno e si prenderanno cura delle nostre comunità.
Per questo investire su di loro non è soltanto una scelta educativa.
La questione è ancora più importante se guardiamo alla situazione demografica.
Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, il dato più basso della serie storica recente; circa 48 mila, uno su otto, avevano cittadinanza straniera. Nello stesso anno il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
Sono numeri che parlano di una società che cambia e che ci impongono di guardare alle nuove generazioni non come a una questione marginale, ma come a una delle grandi responsabilità del nostro tempo.
Ogni bambino che cresce, studia e costruisce qui il proprio percorso è una possibilità.
Una possibilità che dobbiamo mettere nelle condizioni di diventare realtà.
La scuola deve ridurre le distanze di partenza, contrastare le disuguaglianze, offrire opportunità e fare in modo che la condizione economica, sociale o familiare non diventi un limite insuperabile per il futuro di un figlio.
Questo significa investire nell’educazione.
Significa investire nella coesione sociale.
Significa investire nel futuro del Paese.
Abbiamo quindi una responsabilità precisa.
Dobbiamo costruire le condizioni affinché ogni ragazzo possa crescere conoscendo la società nella quale vive, rispettandone i valori fondamentali e sentendosi libero di contribuire alla sua crescita.
Dobbiamo insegnare la storia e la cultura del nostro Paese, custodirne i principi costituzionali e trasmettere il valore della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà e della dignità.
Ma dobbiamo farlo senza chiedere a nessuno di cancellare le proprie radici.
Perché una persona può conoscere e amare la storia della propria famiglia e, nello stesso tempo, amare profondamente il Paese nel quale è cresciuta.
Può portare dentro di sé più lingue, più culture, più tradizioni.
Il compito degli adulti è creare le condizioni perché questa appartenenza non sia soltanto dichiarata, ma vissuta.
Perché il Paese che consegneremo alle nuove generazioni sarà anche il risultato di come avremo saputo educarle, proteggerle e valorizzarle.
Alla fine, tutto può partire da un gesto semplice.
Un bambino che entra in classe.
Uno zaino sulle spalle.
Un quaderno ancora bianco.
E davanti a lui una strada ancora tutta da scrivere.
Proteggere quel bambino significa proteggere il futuro di tutti.
Credere in lui significa credere nel futuro della nostra comunità.
Dargli opportunità significa costruire, già oggi, il Paese di domani.


