La testimonianza e l’esperienza ANOLF esposta da Maruan Oussaifi Vice Presidente ANOLF Nazionale, un evento di presentazione della ricerca NOI+ sulle competenze dei volontari italiani promosso da Forum terzo settore, Caritas Italiana e Università Roma Tre.

Volontariato e competenze per una nuova cittadinanza
Tema: Le competenze interculturali

Buongiorno a tutte e a tutti,

è davvero un piacere essere qui con voi oggi per parlare di un tema che non solo riguarda il nostro lavoro quotidiano, ma anche il futuro della nostra società: le competenze interculturali nel volontariato.

Si tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore, perché credo fermamente che il nostro impegno come cittadini e come associazioni non possa prescindere dal riconoscere e valorizzare la diversità culturale che caratterizza sempre più il nostro Paese.

La diversità culturale: una realtà quotidiana

Viviamo in un Paese in cui la diversità culturale non è più un’eccezione, ma una realtà quotidiana. Le nostre scuole, i nostri quartieri e i luoghi di lavoro sono sempre più multiculturali. Se pensiamo alla realtà di Milano, Roma o Torino, ci rendiamo conto che le persone che ci circondano provengono da contesti molto diversi, con storie e tradizioni distanti tra loro.

Ma non è solo nelle grandi città che la diversità è presente.

Anche nei piccoli centri, nei paesi e nei comuni, il fenomeno della migrazione sta diventando sempre più visibile. E questo è un aspetto fondamentale, perché la diversità non è un problema da risolvere, ma una risorsa da valorizzare.

Le competenze interculturali sono diventate quindi una necessità per tutti noi. Viviamo in una società che chiede di più: non ci basta più tollerare le differenze, dobbiamo imparare a coglierle come opportunità per costruire un futuro migliore. E qui entra in gioco il ruolo cruciale del volontariato.

Il volontariato: uno spazio di crescita interculturale

Il volontariato è, infatti, uno spazio straordinario per sviluppare e applicare competenze interculturali. È un luogo in cui ci si forma, ci si confronta, si cresce e si impara a mettersi nei panni degli altri. E non si tratta solo di aiutare chi è in difficoltà, ma anche di crescere come individui, di arricchirsi grazie all’incontro con persone provenienti da contesti culturali diversi dal nostro. Il volontariato è una scuola di vita che ci insegna a relazionarci con il diverso in modo costruttivo e rispettoso.

Tra le competenze più importanti che si sviluppano in questi contesti c’è la mediazione culturale. Non si tratta solo di tradurre da una lingua all’altra, ma di costruire ponti tra mondi culturali diversi. Il mediatore culturale sa interpretare i contesti, comprendere i codici culturali impliciti, spiegare e facilitare il dialogo tra persone che altrimenti rischierebbero di non capirsi – e, peggio ancora, di scontrarsi. È una figura fondamentale non solo nei servizi, ma anche nei percorsi di cittadinanza, nei luoghi educativi e associativi, e in tutte quelle situazioni in cui si incrociano esperienze di vita diverse. La mediazione culturale è quindi una competenza cruciale, che possiamo e dobbiamo promuovere all’interno delle nostre organizzazioni. È anche una pratica concreta di pace, perché dove si costruisce comprensione, si evitano conflitti e si promuove coesione.

Tuttavia, non possiamo parlare di mediazione culturale senza affrontare una questione cruciale: la mancanza di un pieno riconoscimento istituzionale per la figura del mediatore culturale. Nonostante il ruolo strategico che questi professionisti svolgono nella società – nei servizi pubblici, nelle scuole, negli ospedali, nei centri per l’impiego, nei tribunali, nelle associazioni – il loro status rimane spesso precario, frammentato, incerto. Manca un inquadramento chiaro a livello nazionale, una formazione riconosciuta e condivisa, un contratto di lavoro stabile. Questo non solo penalizza i mediatori e le mediatrici, ma indebolisce l’intero sistema di inclusione e accoglienza del nostro Paese.

La mediazione culturale non può continuare ad essere percepita come un’attività accessoria o residuale. È una funzione essenziale per la coesione sociale, per il buon funzionamento dei servizi e per garantire i diritti fondamentali delle persone. Riconoscerla istituzionalmente significa non solo valorizzare le competenze e l’esperienza di chi la pratica, ma anche investire in una società più giusta, capace di leggere la complessità del presente e di affrontarla con strumenti adeguati.

Non possiamo dimenticare che le competenze interculturali non si imparano solo sui banchi di scuola. Certo, la scuola è un luogo fondamentale di formazione, ma le competenze interculturali si sviluppano attraverso esperienze dirette, relazioni concrete, ascolto e dialogo. Significa saper incontrare l’altro – chi è diverso per cultura, lingua, tradizioni, religione o storia – e costruire insieme qualcosa di significativo. Significa avere la consapevolezza dei propri riferimenti culturali, ma anche saperli mettere in discussione, perché ogni incontro con l’altro ci offre l’opportunità di riflettere su noi stessi e sulla nostra identità.

Il volontariato come catalizzatore di cambiamento

La ricerca nazionale sulle competenze dei volontari, promossa dall’Università Roma Tre, dal Forum del Terzo Settore e da Caritas, ci fornisce dati che confermano l’importanza del volontariato nello sviluppo delle competenze interculturali. La ricerca evidenzia che quasi il 90% dei volontari riconosce di mettere in campo competenze sociali e interculturali, e molti di loro affermano che il volontariato ha cambiato profondamente il loro modo di pensare. Non si tratta solo di imparare tecniche, ma di un cambiamento più profondo nella visione del mondo, nella capacità di ascoltare, di entrare in empatia con chi è diverso e di abbattere le barriere culturali.

Questo è uno degli aspetti più belli e potenti del volontariato: ci permette di imparare, di crescere e di essere migliori. Non è solo un atto solidale, ma un atto di cittadinanza vissuta, che supera il riconoscimento formale che spesso è legato al possesso di un documento o a un riconoscimento giuridico. La cittadinanza, in questo senso, non si misura solo con un documento, ma si costruisce ogni giorno, nelle relazioni che creiamo, nel dialogo che intratteniamo, nelle scelte che facciamo.

Il ruolo del volontariato nell’inclusione dei giovani migranti

E qui vorrei sottolineare un aspetto che mi sta particolarmente a cuore. Molti giovani con background migratorio, pur essendo nati o cresciuti in Italia, non trovano ancora piena cittadinanza nella normativa attuale – la Legge 91 del 1992, che è chiaramente inadeguata alla realtà del nostro Paese, soprattutto in un contesto multiculturale come quello che viviamo oggi. Questi giovani, purtroppo, sono spesso visti come “stranieri” dalla legge, ma questo non significa che non siano italiani nel cuore e nelle azioni quotidiane.

In effetti, è nel volontariato che molti di questi giovani trovano la loro vera cittadinanza. Trovano spazi dove possono esprimersi, dove possono sentirsi parte attiva di una comunità, dove il loro contributo è riconosciuto. È qui che esperimentano cosa significa appartenere a una comunità, contribuire al bene comune e sentirsi parte di un tessuto sociale che li accoglie e li valorizza.

Le ricerche confermano l’efficacia del volontariato per l’empowerment

Ricerche recenti confermano questa osservazione. Il progetto VOLPOWER, coordinato dall’Università di Bournemouth e sviluppato in Italia da Eurac Research, ha dimostrato che il volontariato è una risorsa fondamentale per l’empowerment dei giovani con background migratorio, contribuendo a cambiare la percezione sociale della migrazione. Questi giovani non sono più visti come un peso o una problematica, ma come cittadini attivi che contribuiscono allo sviluppo e al miglioramento della società.

In parallelo, un’indagine dell’Agenzia Nazionale per i Giovani sul Corpo Europeo di Solidarietà ha evidenziato che il 42,5% dei volontari ha sviluppato un pensiero più aperto e il 12% ha potenziato le proprie competenze trasversali grazie al volontariato europeo (ANG, Corpo Europeo di Solidarietà, 2023). Si tratta di dati che dimostrano come il volontariato non solo cambi la vita di chi lo riceve, ma trasformi anche chi lo svolge, arricchendolo di competenze che vanno ben oltre le conoscenze tecniche.

Il nostro impegno quotidiano: costruire ponti, non muri

L’esperienza di ANOLF riflette appieno questi risultati. Ogni giorno, nei nostri sportelli e nei nostri corsi di formazione, incontriamo, formiamo e accompagniamo cittadini e cittadine di ogni origine, valorizzando le loro storie, competenze e speranze. Ogni persona che incontriamo porta con sé un bagaglio unico, un’esperienza che merita di essere ascoltata e apprezzata. Non è solo un lavoro quello che facciamo, ma un atto politico, sociale e umano. La nostra missione è chiara: promuovere il dialogo e l’inclusione, costruire ponti, non muri. La nostra visione è quella di una società che abbatte le barriere culturali, non le erige.

Conclusioni

In conclusione, voglio ribadire che formare e valorizzare le competenze interculturali non è un lusso. È una necessità per il futuro delle nostre comunità. È il modo in cui possiamo costruire una società più giusta, più inclusiva, più forte. È il modo in cui possiamo dire, con chiarezza, che la cittadinanza non si misura solo con un documento, ma si costruisce ogni giorno, insieme, nelle relazioni che intrecciamo, nel rispetto reciproco, nella capacità di ascolto e di crescita comune.

Grazie.

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